LA MORTE DELLA SECONDA UTOPIA – un post paradossalmente ottimista, pensando a Giuseppe Granieri

Mi sento chiamato in causa anch’io, come tanti, dall’accorato post di Sergio Maistrello che, riflettendo sulla memoria di Giuseppe Granieri, si chiede se siano valsi la pena tutti gli anni consumati in studi, convegni, incontri, produzione di libri, di post, di tentativi, di prototipi da parte di quella breve generazione di persone che avevano visto nell’idea di un’”Internet dialogante” – a partire dai blog – un futuro bello e possibile. 

E mi sento chiamato ancora più in causa dalla risposta, come sempre umanissima e crepuscolare, che Massimo Mantellini dà alla domanda di Sergio. 

IL LABORATORIO PIÙ DIVERTENTE DEL MONDO

Non sono tra quelli che – credo con una banalizzazione – all’epoca dei blog erano chiamati “guru” (erano, invece, “intellettuali generosi” che studiavano la Rete per piacere – e non certo per soldi, prova ne è che con quel mondo non si è arricchito nessuno, se non intellettualmente) ed erano pochi e riconosciuti.

Però il tema – da ex studente di Scienze della Comunicazione e da titolare di blog dal 2003 – mi ha sempre appassionato, anche se il mio contributo formale alla sua elaborazione intellettuale non è stato molto rilevante. In quegli anni preferivo godermi il momento, partecipare volentieri alla conversazione intellettuale sulla Rete e divertirmi con la community di “blogganti” con tutto il cazzeggio di contorno (lo avevo battezzato “l’interstizio”, cioè quel momento di birrette e simpatia tra una cosa seria e l’altra, alle conferenze, ai BarCamp, ecc.). 

Facevo ricerca sui media anch’io, a dire il vero, ma in un contesto più strettamente accademico. Ed è proprio in quell’ambito, grazie al grande cuore di Andrea Toso (all’epoca Axell), che nel 2005 fondammo SmartLab: un laboratorio di ricerca sui “media sociali” in cui erano coinvolte l’Università e la Città di Torino. 
Incredibilmente, chiamammo a dirigere scientificamente il laboratorio nientemeno che Derrick De Kerckhove (per capirci: l’erede intellettuale di Marshall McLuhan e suo storico collaboratore, oltre che lo scienziato della comunicazione vivente più importante al mondo). Per noi che avevamo studiato Scienze della Comunicazione era l’equivalente di formare un gruppo di cover dei Beatles e trovarsi al basso McCartney in persona. Non potevamo chiedere di più dalla vita. 

Ma la vita ci poteva dare *altro”. E infatti in SmartLab fu coinvolto anche Giuseppe Granieri, che all’epoca ci sembrava un oggetto misterioso (“ma davvero si occupa di queste cose e sta a Potenza?”). 
Fu lì che quello che prima era un hobby un po’ intellettuale e un po’ fatto di birrette con dei nuovi amici interessanti diventò due anni di lavoro di ricerca quotidiano, di progetti, di documenti, di gestione e crescita di alcuni talentuosi tesisti/borsisti.
E in tutto questo Giuseppe Granieri, che da oggetto misterioso si era rivelato un amico con cui mixare conversazioni alte e le immancabili birrette, era stato una forza trainante incredibile e inattesa, come quando – per un progetto in cui ragionavamo (beata ingenuità dell’epoca: era l’epoca in cui si iniziava a parlare, in america, di “from web 2.0 to where 2.0”) su media sociali e senso del luogo, invece che ossessionarci sulle mappe online fece partire uno studio lungo un anno su World Of Warcraft e su come le comunità di giocatori online definiscono, descrivono, capiscono e condividono un “mondo”. 
Incredibilmente fu utilissimo (e divertente: ci pagavano per videogiocare in orario d’ufficio; il mio Tauren di Livello 60 ringrazia e saluta!) e fu una lezione perfetta, da parte di Granieri, di come si può ragionare outside the box, arrivando a risultati rilevanti. 

CORRISPONDENZE D’AMOROSI SENSI TRA ANTROPOLOGI CULTURALI E ALTRE STORIE

Potrei riempire pagine e pagine di storie, episodi, di racconti di conferenze ed eventi sul digitale che organizzavamo periodicamente e in cui di norma mi sottoponevo al doloroso rito della “conversazione sui media digitali con Giuseppe Granieri” in cui, di fronte a una platea di persone interessate, andava in scena un dramma in cui io cercavo di conversare con Giuseppe e lui regolarmente contestava – affettuosamente – le mie premesse, le mie conclusioni e perfino le mie domande! Era un po’ come quelle comiche in cui c’è un personaggio che regolarmente finisce picchiato, ma in versione intellettuale e tech. Ci piaceva portare in giro questo spettacolo di attriti affettuosi tra gente con un approccio antropologico culturale alla Rete, ma di scuole diverse: lui fanatico di Geertz e io, passato da poco e con alcuni sensi di colpa dal materialismo storico di Carlo Marx al materialismo culturale di Marvin Harris. 

LA RETE E IL LATO OSCURO DELLA FORZA

Se guardo quegli anni con il distacco che offre la distanza nel tempo, non ho timore a dirlo: sono stati anni felici, perfino un po’ speranzosi. Però mai illusi. Il piccolo mondo che c’era, quello interno del laboratorio, e quello esterno della “grande conversazione + cazzeggi” con una comunità di persone interessanti era bello, pulito, umano e straordinariamente pacato. Perfino, lo confesso, un po’ troppo pacato, per chi come me è sempre stato comunque e sempre un po’ militante ideologico e fazioso (è più forte di me, sorry; fate pure voi i distaccati, io no). 
Però si vedevano, inizialmente ai margini, le ombre di quello che sarebbe arrivato. 
E onestamente non ne facevamo un dramma: Granieri stesso, come noi tutti, era convinto che la dimensione di successo della Rete avrebbe portato negatività, cattiveria, manipolazioni, superficialità. Però tutti quanti pensavamo che, sebbene invasa dal “male”, la Rete non sarebbe mai passata al lato oscuro della forza. 

Ecco, lo penso tuttora. Sì, l’esperienza quotidiana di Internet nel 2024 può essere brutta, addirittura schifosa, coi social che tracimano di odio, di “buoni” che hanno deciso che è più importante fare gli offesi che i militanti, di superficialità, di manipolazioni grandi e piccole, di invasioni smisurate del mercato, ecc. 
Però se voglio trovare un pensiero intelligente, se voglio partecipare a una comunità di persone interessanti, se ho piacere di trovare una rete di elaborazione di idee, progetti, “grandi tentativi”, avventure, ecc. beh, posso farlo. E funziona. 
Anzi, funziona sicuramente meglio che nel 2005, perché ci sono più strumenti (può sembrare incredibile ma all’epoca ci emozionavamo per l’arrivo dei tag su Splinder!), ci sono più persone coinvolte, c’è più consapevolezza, ci sono forze nuove, intelligenze che nel 2005 giocavano col trenino e oggi hanno prospettive nuove da portare, ecc. E non hanno bisogno del nostro testimone, bastano i link, basta non buttare via tutto. E poi vanno da soli, più veloci di noi, ora. 

CERTO CHE È VALSA LA PENA!

Quindi sì, è valso la pena. E quel movimento sotterraneo, fatto di “puntini” come dice Massimo, prosegue, ha preso mille direzioni, si è articolato e da semplice è diventato complesso, specializzato, si è sprovincializzato, ecc. È talmente grande che è difficile fotografarlo. Tutti noi che abbiamo continuato, chi per mestiere, chi per piacere, a guardare le evoluzioni dello scenario dei media abbiamo dovuto, a un certo punto specializzarci, restringere il focus, scegliere di occuparci di un pezzettino di quella “cosa” che era diventata sempre più grossa e multiforme. Io, per dire, un po’ per i miei trascorsi da militante, un po’ perché di mestiere faccio la réclame, mi sono concentrato sulla lettura della società, sul rapporto tra individui, rete e mercato, su consumo e neuroscienze, ecc. Altri, sempre con l’analisi delle evoluzioni della Rete in mente, si sono specializzati nel settore educativo, altri ancora sulla dimensione politico-sociale, alcuni sul linguaggio, sulle identità. 

È evidente che quella “cosa” che ci è piaciuta nei primi anni duemila è cresciuta. A forza di puntini, sì. 

IL SECONDO CADAVERE DI UTOPIA

È morta solo l’utopia (dopo quella politica, quella internettiana, nel mio caso), cioè la speranza che quel sereno mondo dialogante, in cui il sapere era un valore che dava autorevolezza e libertà, in cui l’intelligenza connettiva si trasformasse in coscienza collettiva e – almeno nelle mie speranze di post-marxiano – ci portasse verso una “futura umanità”, o quantomeno un mondo un po’ meno stronzo, ingiusto, noioso. 

Su quel piano non è andato bene nulla. Ma non so quanto sia causa/colpa nostra, dei nostri puntini, ecc. Credo ci siano processi che non abbiamo potuto governare né capire fino in fondo. Quando hanno iniziato ad entrare nelle nostre vite algoritmi perfetti ma opachi (e poi sempre meno perfetti), qualsiasi possibilità di controllo, di influenza, di indirizzo è svanita. 

E no, non va bene così, ma se c’è una soluzione a questa bruttezza, a questa “cosa” come la chiama Luca Sofri in un suo vecchio post lucido e sconsolato, che ha una dimensione politica, esistenziale, storica, è lì, in quella somma disordinata di puntini di tutto il mondo, che è cresciuta a dismisura e non riusciamo più a vedere nella sua interezza.
È lì che aspetta di essere capita da chi decide, da chi lotta, da chi ha le forze (politiche, economiche, culturali, ecc.) di metterla in pratica. E se non c’è, sono convinto che prima o poi verrà fuori lì, perché il “pensare in Rete”, nel 2024, è il modo più efficace e potente di pensare. 

Quindi sì, è valsa la pena. E il giorno che questa brutta “cosa” che sta succedendo al mondo finirà, varrà ancora di più. 

Intanto, ognuno nella sua nicchia di massa, sono certo che in tanti continuiamo a “pensare insieme” e a trovarlo giusto e piacevole (birrette incluse).
Magari non salverà il mondo, ma quel desiderio di essere qualcosa di più del nostro solo cervello isolato può “riempire degnamente una vita”.

2 commenti su “LA MORTE DELLA SECONDA UTOPIA – un post paradossalmente ottimista, pensando a Giuseppe Granieri”

  1. Sono pienamente d’accordo a metà con quello che hai scritto.
    Credo solo sia finito troppo presto ed è stato un vero peccato. Nel mio piccolo mondo provinciale mi sono sempre sentito troppo avanti e quasi deriso per le mie scelte “moderne” (insegnamento di mio padre che, fra 70 e 80, forse era più avanti di tutti), ma quell’epoca mi ha fatto comprendere che esisteva un mondo superiore, importante e enormemente più illuminato di me. Quell’epoca mi fa sentire ancora oggi un eletto e non smetterò mai di ringraziare le persone di quel piccolo mondo tecnologico.

  2. Spiace solo che all’epoca eravamo forse troppo avanti. Oppure chi ci circondava e doveva avvallare scelte “economiche” era troppo indietro?
    In ogni caso, un”esperienza bellissima, difficile e per me molto impegnativa. Ma la rifarei subito, senza neanche pensarci. E mi ricordo bene la telefonata con Giuseppe per coinvolgerlo. Disse subito di sì e mi propose l’ impossibile in 5 minuti.

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